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Una costante nella mia esistenza, una certezza che mi ha dato la forza di affrontare i momenti più difficili, una convinzione innata e non acquisita, non costruita attraverso l’elaborazioni di letture o vissuti, ma radicata nel cuore ancorchè nella mente, nello spirito più propriamente, è stata quella di sapere che c’era un senso, una meta, una luce! Ho sempre saputo, non so dire come, perché o da dove arrivasse questa sicurezza, che nulla di quanto accadeva fosse casuale o che non servisse. Sapevo che alla fine di tutto ci sarebbe stata la redenzione, la gioia. Sapevo che ogni dolore, ogni prova, ogni umiliazione non erano fini a sé stessi, ma avrebbero, ad un certo punto, acquisito significato. I tasselli si sarebbero insomma incastrati alla perfezione, ma questo poteva accadere solo quando anche l’ultimo tassello fosse stato in mio possesso, o meglio, dato che i tasselli sono sempre stati in mio possesso, quando anche l’ultimo avesse preso posto nella riscrittura del racconto. Si tratta di qualcosa di ancestrale, d’inspiegabile, forse si chiama consapevolezza. La consapevolezza che si comincia a costruire sin dalla nascita registrando informazioni, eventi, parole, frasi, immagini, emozioni che, forse – non a tutti succede – un giorno, a seguito di un evento traumatico, si metteranno in fila, e una storia del tutto diversa prenderà forma restituendo dignità, libertà, forza e prospettiva.

 

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