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Il pregiudizio: l’evitabile e l’inevitabile delle convinzioni inconsapevoli

IMPARARE A DANZARE

Giudizio e pregiudizio credo siano fondamentalmente atteggiamenti che nell’individuo fioriscano per due ragioni che possono essere separate, ma penso che invece fondamentalmente s’intersechino. La prima è culturale e la seconda esperienziale. Cresciamo in un mondo che ci insegna ad avere paura, a diffidare, a credere che l’altro, tendenzialmente, sia sempre proteso a giocare sporco per ottenere una qualche forma di beneficio per sé e questa è la parte culturale che non fa che alimentare quella esperienziale; in quanto se cresco con questa convinzione leggerò quanto mi accade intorno non solo attraverso una saggia elaborazione delle esperienze che  vivrò, ma anche interpretando quanto  mi circonda sempre secondo una visione negativa e/o spaventata. In questo senso i bambini e le persone portatrici di varie forme di neurodiversità, lo spettro autistico per esempio, ma anche altre forme di disabilità neurologica possono insegnare molto. Essi hanno serie difficoltà, se non l’impossibilità, di comprendere la malafede altrui, i sottesi, i non detti. Questa scarsa capacità di leggere lo sfumato, che pare essere un enorme difetto potrebbe invece stimolare una profonda riflessione su come il modo di osservare il mondo e relazionarci col prossimo dipenda fondamentalmente dal nostro modo di osservare. Il bambino è l’esempio più chiaro di questo concetto. Egli ancora non è contaminato né dalla cultura del suo Paese né dall’esperienza. Crescendo gli verranno insegnate tutta una serie di forme di pensiero a cui lui sarà tenuto ad allinearsi per il semplice fatto che intorno a sé tutti gli altri fanno lo stesso e quindi non potrà che indirettamente convincersi che quella sia la Verità, quello il solo modo esistente di osservare il mondo, l’Altro e sé stesso. Dipenderà anche dalla famiglia in cui cresce, dal grado di cultura che questa famiglia sarà in grado di offrirgli, dall’insegnamento che a loro volta quindi i  genitori avranno ricevuto. E questo insegnamento sull’osservazione del mondo e dell’altro inevitabilmente influenzerà il suo modo di relazionarsi contaminando la percezione dell’esperienze che farà ed autoalimentando determinate convinzioni, per lo più false, o comunque provvisorie e relative.

Noi cominciamo ad identificarci attraverso lo sguardo dell’Altro per poi miscelarlo al nostro e soppesando le diverse variabili formiamo l’immagine di noi stessi. Ma questo in persone che abbiano una disabilità, una diversa abilità neurologica, risulta estremamente complesso, col rischio di creare enormi scompensi in chi ne è portatore. Ciò che può risultare normale per qualcuno può essere estremamente faticoso per un altro.

Su tutto, ciò che maggiormente risulta nocivo e deleterio è la menzogna pur se protettiva in quanto renderà pressoché impossibili comprendere, per chi non ne abbia innata competenza, l’esperienza che nel corso della vita andrà formandosi. Qui entra in gioco il pregiudizio esperienziale. Se io mi fido di tutti, se mi è omesso il comprendere che l’altro può non essere in buona fede, se non mi vengono insegnate le tecniche per osservare correttamente il mondo, il giorno che per una qualsiasi ragione comprenderò che mi si è mentito diventerà difficilissimo riuscire a fidarmi di altri e passerò così da una totale fiducia ad una totale sfiducia. Salto questo che può risultare devastante per la psiche e la qualità di vita di un individuo e che inquinerà pressoché ogni relazione a venire, se non altro del dubbio, ma di quel dubbio negativo, che più che dubbio si potrebbe definire “paranoia”.

 

35 anni fa mia madre, della quale purtroppo non so nulla perché mi diede in adozione, mi mise al mondo, ma questo parto non risultò semplice, vi furono delle complicazioni che causarono una neurodiversità. Neurodiversità della quale pur se intimamente consapevole ne ebbi conferma solo molti anni dopo. E ciò finì per influenzare in modo davvero preponderante l’intera visione delle relazioni che fino a quel momento avevo avuto. Ma soprattutto creando una profonda diffidenza non solo verso le singole persone che potevo ritenere “colpevoli” di questa omissione, ma verso intere categorie che a mio avviso si erano rese “complici” di questa menzogna. La categoria verso la quale purtroppo tale diffidenza è risultata più difficilmente sanabile è quella medica, che d’altronde era anche quella in cui io avevo sempre riposto maggior fiducia e stima.

D’un tratto così, oltre a rendermi conto di una verità che prima risultava solo latente nella mia coscienza, mi sono trovato a non capire più con chiarezza se il medico che avevo davanti fosse sincero con me o meno, se non dicesse o non capisse, se volesse tirarsi fuori da una situazione che risultava scomoda o semplicemente non avesse gli strumenti comunicativi adeguati per relazionarsi con me. Tutto ciò è stato devastante ed ha gravemente incrinato la mia capacità di relazione con queste persone. Ad aiutarmi c’è stata per fortuna l’oggettività di alcuni dati che quindi fungevano da bussola, ma senza dubbio rendersi conto che non si riesce a comprendere se la persona che si ha davanti ci capisca o meno e se noi capiamo o meno lei è qualcosa d’incredibilmente difficile da gestire. Da qui ne è scaturita una spirale di esami e di tentativi, che questa diffidenza ha reso costantemente vani, di relazionarsi. Da un lato l’assenza di conclusioni strumentali univoche dall’altro le mie aspettative e probabilmente il mio modo di pormi rendevano ogni visita non una rapporto fiduciario tra medico e paziente ma una competizione. La cosa peggiore per me è stata che non intendevo fosse questa la direzione in cui andare, io desideravo proprio quel rapporto di fiducia che però il mio comportamento, la mia paura, la mia ansia non riuscivano a far nascere. E così più cercavo di ottenere e dare questa fiducia più la persona (medico) che avevo davanti si sentiva travolto da un’infinità d’informazioni ed emozioni difficilmente gestibili. Uscivo spesso da quegli ambulatori con rabbia, con ipotesi difficilmente confermabili del perché quel medico si fosse comportato in un certo modo ed inevitabilmente ciò produceva giudizio che andava ad alimentare il pregiudizio sulla categoria, che andava a rafforzare il comportamento “errato” alla visita successiva.

La relazione non è mai semplice, necessita di strumenti basilari per essere interpretata, richiede che si conoscano regole, fondamentalmente innate, d’interpretazione di detti e non detti, di gesti e di sguardi. Per la maggioranza delle persone tutto ciò, appunto, è innato e quindi risulta semplice quasi banale anche solo il discuterne, ma per altri tutto ciò è complicatissimo e richiede un grande esercizio, una vera forma di riabilitazione, se così si può dire, di “connessioni” cerebrali. Ciò secondo me riporta l’attenzione su alcuni aspetti fondamentali della relazione, non solo di quella medico-paziente. L’essere umano, neurotipico o neurodiverso che sia, comprende la realtà attraverso un continuo specchiarsi con ciò che lo circonda, ambiente e persone, singoli e gruppi, questo continuo ed in progress specchiarsi implica una danza senza fine che normalmente non risulta stancante ma che in altri casi può essere sfinente se non si riesce ad ottenere un incontro in cui l’individuo neurotipico sia in grado umanamente di sforzarsi di comprendere le difficoltà del neurodiverso, ma non attraverso il giudizio che finirebbe con porre la suddetta persona su un piano di superiorità ma con lo sforzo a comprendere che diverso non significa inferiore o sbagliato.

Nella mia esperienza ho dovuto far ricorso a un enorme sforzo, a un’auto-riabilitazione di connessioni non funzionanti o diversamente funzionanti per avvicinarmi a chi  queste connessioni le aveva attive, una fatica immane per imparare cosa significassero determinati gesti, purtroppo devo dire una forma di normalizzazione per superare la percezione che lo sguardo dell’altro mi rimandava. Comprendevo d’altro canto più in un certo senso la difficoltà dell’altro a relazionarsi con me che la mia a sforzarmi di capire gli altri. Ed è proprio in questa danza che si palesa chiarissima la comprensione che per quanto sia uno a condurre, e di certo non può essere il paziente, entrambi rimandano input ed output che devono essere accolti ed interpretati al fine che la danza risulti fluida e possa evolversi in sempre maggiori risultati.

Fino a che non ho compreso questo nel rapporto fra me e i medici ha continuato a presentarsi inevitabilmente un susseguirsi di ostacoli che rendevano pressoché impossibile l’instaurarsi di una relazione fiduciaria e danzante. Nel momento in cui ho invece capito che forse dovevo provare, sforzarmi, di modificare il mio approccio invece che attendere che si modificasse il loro, le cose “magicamente” son cambiate. Ho cominciato così a ricevere quello che tanto desideravo, ma che sembrava impossibile ottenere. Così, ecco che la chiave di tutto è risultata l’interrompere il meccanismo che ero abituato a seguire senza aspettarmi che fossero gli altri a modificare il loro. In qualche modo è necessario rompere gli equilibri fino a quel momento costruiti al fine di ottenere nuovi feedback.

E’ stata molto dura, ma non posso di sicuro negare che questo dover imparare a danzare sia stata un’avventura affascinante ed estremamente formativa, ma soprattutto che sia stata la chiave per ritrovare la libertà!

 

https://www.yumpu.com/it/document/view/39061536/la-parola-e-la-cura

 

 

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