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La malattia rappresenta un inevitabile spartiacque tra il prima e il dopo. E’ quel momento in cui nel corpo avviene un cambiamento involutivo che ne arresta per un periodo più o meno breve la normale allostasi. Prima si sta bene, dopo si è malati. Ora, come in tuttti i cambiamenti, vi può essere una più o meno forte resistenza nell’accettarli e l’intensità di tale resistenza dipende anche da quanto forte è l’opposizione che giunge dall’ambiente circostante: amici, famigliari, curanti. Può capitare, e non di rado, che alla resistenza si aggiunga la negazione come parte integrante della prima o che essa stessa sia un atteggiamento completamente separato. La negazione spinge a rifiutare l’elaborazione del cambiamento, procrastinandone la presa di coscienza, risultando così dannosa piuttosto che uno strumento d’aiuto. Nell’ambito delle relazioni emotive il negare la gravità, la cronicità, l’ingravescenza del male ha per lo più lo scopo di proteggere chi nega piuttosto che colui a cui si nega; non esiste malato, oggi con internet ancor più, che non si renda conto del suo male pur quando la sua psiche tenti di non vederlo.
Nell’ambito invece del rapporto con gli operatori sanitari la negazione non è figlia della resistenza al cambiamento, ma piuttosto è retaggio di un vecchio e paternalistico modo di pensare in cui “io, medico, so cosa è bene per te, paziente”. Spesso invece è conseguenza di un’atavica e becera incapacità comunicativa che troppo spesso si cela dietro la maschera della necessità di difendersi dal sovraccarico emotivo di cui chiunque soffra è portatore involontario e che invece altro non è che l’assenza o “mala educazione” delle proprie capacità umane, incapacità di auto osservazione, sovraccarico di giudizi e pregiudizi, incomunicabilità tra professionisti e, nei casi peggiori, collusione con un sistema che molte volte sbaglia ma che risulta più semplice proteggere per proteggersi.

 

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