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… Forse non sei malato… Forse sei solo differente…

Come tutti i giorni stavo seduto sulla poltrona simil-pelle Ikea a guardare uno degli infiniti canali di Sky. Il tempo in quel periodo della mia vita, e da fin troppo ormai, era un concetto che non mi apparteneva più. Trascorrevo le giornate in attesa, in attesa di non avevo idea cosa, in attesa che qualcosa cambiasse, in attesa della vita. Stavo lì seduto e sedato. Stavo lì. Stava lì il mio corpo e stava lì anche la mia mente, ma i farmaci che da molto tempo mi venivano somministrati contenevano ogni, anche pur timido, slancio. Era come se la mia mente fosse legata ad un elastico e quindi ogni suo sforzo di allontanarsi alla ricerca di libertà era drammaticamente umiliato dalla sfinente resistenza creata dalla tensione dell’elastico. Trascorrevo così i giorni: isolato dal mondo, nascosto lontano dalle persone di cui mi fidavo, convinto da esse che quella fosse la sola soluzione, la soluzione giusta, quello che mi meritavo e che in fondo tutto ciò venisse fatto solo ed esclusivamente “per il mio bene”.

Chi non ha mai sofferto del dolore dell’anima, non parlo della semplice pur se devastante, ma passeggera sofferenza che segue un lutto o una separazione, parlo di quel dolore pervasivo, di quel vortice interiore, di quella nebbia emotiva che s’impadroniscono delle anime più sensibili e più sottoposte al dolore, non può davvero capire cosa si provi in quei frangenti e questa mancanza di comprensione è la madre dello stigma. Lo stigma è il padre della cronicizzazione del dolore e lo psicofarmaco è il seme.

D’altronde siamo abituati a giudicare tutto quello che non conosciamo. Siamo abituati a giudicare cosi come la famiglia, il gruppo, la scuola, il prete ci insegnano a giudicare. In poche parole impariamo a credere ciò che altri credono, che non è altro che qualcosa che altri ancora prima hanno insegnato loro. Siamo abituati a credere che il dolore dell’anima di una persona sia esagerato e che dietro esso ci sia comunque un secondo fine. Siamo abituati a credere che il dolore fisico di chi ci è vicino sia minore di quanto ci venga comunicato. Siamo abituati a credere che dal prossimo ci si debba innanzitutto tutelare. Questa è una visione egocentrica e paranoica ma è la visione della maggioranza e per tanto rappresenta la “normalità”, concetto questo sul quale molti hanno costruito la propria ricchezza e potenza.

Ero praticamente paralizzato dalla paura, avevo smesso di credere che la vita, almeno la mia, avesse un senso, ero pervaso da un lancinante senso di colpa sia per ciò che avevo fatto sia per ciò che credevo di aver fatto. In me sembrava esservi un buco profondo, una sorta di buco nero il cui unico scopo era quello di fagocitare chiunque mi si avvicinasse e in assenza di vittime si nutriva di me. Era un buco dalle origini lontane, era un buco che mai nessuno veramente aveva tentato di chiudere. Devo dire che comprendere la causa del dolore è tanto importante quanto comprendere la causa di una malattia; limitarsi all’osservazione di questo dolore equivale a limitarsi alla cura del sintomo nella malattia. Qualunque forma di sofferenza emotiva, qualunque forma di fuga, qualunque dipendenza non sono altro che i sintomi che andrebbero studiati per comprendere dove il dolore, il male abbia cominciato a proliferare. spegnerne farmacologicamente le manifestazioni equivale a scopare la polvere sotto il tappeto e contemporaneamente a riempire le tasche di chi produce questi “farmaci”.

Non v’è nulla che accada per caso e anche la malattia mentale può essere osservata da diversi punti di vista. Io ad un tratto della mia esistenza, o forse sin dall’inizio di questa, non ho saputo o potuto oppormi agli eventi della vita. Forse ad un tratto qualcosa non è stato più gestibile, forse hanno prevalso idee e convinzioni che oggi troverebbero meno facilmente terreno fertile. Ad ogni modo ciò che accade ha senso solo se si fa sì che serva a rafforzare quanto di buono è stato e a riflettere su quanto di sbagliato invece si è commesso nel tentativo di migliorare la qualità della vita di chi verrà dopo di noi, non dimenticando che tutto è perfettibile.

Non avevo idea quel pomeriggio che l’indomani mi sarebbe stata offerta la possibilità di cambiare la mia vita, non mi immaginavo che il terrore mi avrebbe reso coraggioso e che comprendere la limitatezza del tempo a nostra disposizione avrebbe potuto generare una cosi potente magia. Ma forse è proprio vero che ad ogni azione corrisponde una reazione di forza uguale e contraria…

La vita ci riserva esperienze di una profondità tale da poter cambiare anche ciò che sembrerebbe ormai destinato a concludersi cosi come era sempre stato. Fondamentalmente tutto dipende da come riusciamo o vogliamo vedere quello che ci accade.

Arrivò dunque la sveglia, arrivò il precipizio dal quale per la prima volta scorgiamo con terrifica lucidità che non siamo immortali e che la vita è altro, “La vita è altrove” come diceva Kundera. La percezione della caducità, della mortalità possono opprimerti o al contrario consentirti di vedere l’immensa energia che ciascuno ha dentro, ma che proprio la costante tensione alla “normalità”, alla standardizzazione, alla prevedibilità fanno sì che venga sempre più nascosta, negata.

Io ho scelto di non lasciarmi opprimere, ma di scovare in quanto mi accadeva il bandolo della caotica matassa della mia vita e di cominciare a farne un gomitolo colorato!

La malattia, la disabilità, le infezioni post-operatorie, i silenzi, la paura, le supposizioni, gli sguardi, l’inamovibilità e “violenza” della psichiatria e le cattiverie hanno avuto il potere di guarire e liberare la mia anima dal giogo di un sistema a cui il non inquadrabile fa molta paura e di indicarmi limpidamente la meta a cui tendere, finalmente conscio di chi io sia realmente, ma ancor più conscio di quali fossero le rappresentazioni che altri davano di me e che io non riuscivo a non assecondare. Nessuno, in verità, voleva che fossi me stesso, forse questo me stesso involontariamente illuminava delle zone d’ombra che si preferiva mantenere tali…?

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