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Ho nutrito per tutta la vita un profondo fastidio verso chi desiderava normalizzare ogni cosa, ogni atteggiamento, ogni situazione. Verso chi era sempre preoccupato da cosa avrebbero potuto pensare o dire gli altri, da quale chiacchiericcio sarebbe seguito ad un comportamento o ad un frase. Ma ciò non vuol dire che non avrei voluto essere partecipe di questa società e magari cercare di offrire un contributo compatibile alle mie capacità, che se messo nella giusta situazione non avrei potuto dare il mio contributo.

Quando circa 5 anni fa si è palesata la malattia e con essa anche la ricostruzione della mia vita, il primo campanello che è risuonato in me è stato quello di fare quanto prima richiesta d’invalidità per poter essere inserito nelle liste protette e così finalmente poter accedere ad un percorso d’inserimento lavorativo che, tenendo conto delle mie disabilità (diverse abilità), mi avrebbe permesso finalmente di liberarmi dalla condizione di dipendenza da famiglia e sistema sanitario. Ero certo che finalmente sarei potuto divenire un cittadino attivo. Finalmente ero consapevole della mia condizione, dei miei limiti e di quanto era e stava accadendo. Ero assolutamente convinto che anche i medici che mi seguivano e la mia famiglia non avrebbero che potuto gioire di questa ritrovata presenza, di questa lucidità e del profondo desiderio di reinserirmi per ciò che sono nel sostrato sociale. Ne ero certo, convinto di questa cosa, come un bimbo è certo dell’amore della madre.

Che ingenuo, che utopista, che neurodiverso, che folle! Non avevo fatto i conti con la burocrazia, col “nega e difendi” tipico di chi ha agito in mala fede o con superficialità e pur di non ammetterlo tornerebbe a sostenere che la terra è piatta. Non avevo fatto i conti con gli ICD9, con la commissione d’invalidità, con le competenze, con i distretti, con gli uffici ausili e con i SIL

 

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