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Che cos’è una diagnosi in fondo se non un’etichetta che viene data ad una persona al fine di identificarla in un gruppo di segni e sintomi comuni ad un numero variabile di altre persone, e il cui scopo principale è, o dovrebbe essere, quello di offrire una terapia ed un supporto specifico per quella patologia?
Molto spesso si sentono persone, anche medici, spendere accorate parole per convincere chi ascolta o legge della “pericolosità” delle suddette etichette, o di quanto inseguire una definizione possa finire con il far perdere di vista l’individualità di chi soffre a favore di una riduttiva identificazione in una malattia: “io sono la mia malattia” Vs “io ho una malattia”.
Ora, in chiave prettamente teorica è pressocché impossibile controbattere a chi sostiene l’importanza di non dimenticarsi della propria individualità e unicità, trincerandosi, nascondendosi dietro l’etichetta diagnostica, ma è pur vero che la diagnosi, per la maggioranza delle persone, non ha lo scopo di essere uno strumento a causa del quale lasciarsi andare, ma, tutt’altro, in un contesto socio-sanitario come il nostro, ha lo scopo di permettere l’accesso a tutti quei diritti che solo una diagnosi consente di ottenere. In altre parole, di tentare, anche quando la malattia fosse rara, una sperimentazione o di richiedere una presa in carico e quindi un follow-up il meno dispersivo possibile, l’effettuazione di esami mirati, ed ancora il ragionamento clinico, il supporto, il reinserimento…
Chi spende troppe parole contro l’etichettamento diagnostico è evidente che non soffre di una malattia non diagnosticata, e chi troppe parole spende in favore della diagnosi probabilmente o ha degli interessi più o meno evidenti o non ha ancora superato quella fase in cui l’accettazione della malattia non è realmente avvenuta.

 

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